Chiunque sia stato a un matrimonio in chiesa l'ha probabilmente ascoltato: "La carità è paziente, è benigna la carità…". È il capitolo 13 della Prima lettera ai Corinzi, scritta dall'apostolo Paolo intorno al 55 d.C. alla comunità cristiana di Corinto, in Grecia.
Una parola: agape
La parola greca che Paolo usa è agape, l'amore come dono di sé, che le traduzioni latine rendono con caritas. Per questo in italiano si parla di "Inno alla carità", ma il senso è quello dell'amore nella sua forma più alta: non il sentimento che si prova, ma il modo in cui si sceglie di trattare l'altro.
Senza amore, niente vale
Il testo si apre con un paradosso. Paolo dice che, se anche parlasse le lingue degli uomini e degli angeli, se avesse il dono della profezia e una fede capace di spostare le montagne, se desse tutti i suoi beni ai poveri, senza l'amore non sarebbe nulla: sarebbe come un bronzo che risuona, un cembalo che tintinna.
Che cosa fa l'amore
Poi arriva l'elenco più famoso. L'amore, scrive Paolo, è paziente e benevolo; non è invidioso, non si vanta, non si gonfia d'orgoglio; non manca di rispetto, non cerca il proprio interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto; non gode dell'ingiustizia ma si rallegra della verità. Tutto scusa, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta.
Non è una descrizione dell'innamoramento, ma della vita insieme: sono le qualità che servono il giorno dopo la festa, quando l'amore diventa quotidiano.
L'amore non avrà mai fine
L'inno si chiude con una promessa. Le profezie finiranno, le lingue taceranno, la conoscenza sarà superata. Restano la fede, la speranza e l'amore, "ma la più grande di tutte è la carità".
Perché parla a tutti
Non serve essere credenti per riconoscersi in queste righe. Pazienza, rispetto, capacità di perdonare, fiducia: è la stessa lista che, quasi due millenni dopo, Erich Fromm indicherà come fondamento dell'arte di amare.
